di Sofia Garibaldi
Da piccola consideravo il rugby uno sport violento e senza regole. Pensavo esistesse solo in America o comunque nei film, poi tre anni fa mio fratello Mattia entrò in contatto con questo sport attraverso la scuola. Decise di andare a fare una prova, si iscrisse ma dopo un anno mollò, non perché non gli piacesse (anzi, lo adorava), ma perché lui è sempre stato così: se in uno sport non era il migliore da subito smetteva. Tuttora quando mi parla del rugby sorride perché dice sempre che è uno sport veramente bello e, anche se non sembra, è uno sport pulito, che sembra violento ma in realtà è pieno di rispetto. 
La cosa più bella secondo me è il terzo tempo, quando le squadre avversarie si ritrovano nella club house dopo la partita per mangiare e socializzare, trasformando la rivalità in amicizia. Negli altri sport i tempi (che teoricamente sono azioni di gioco) il terzo set o non esiste come per il calcio o come nella pallavolo è da giocare, l’unico sport che ha un terzo tempo per mangiare ridere scherzare conoscersi con le persone che magari ti hanno appena battuto. Da questo possiamo capire che anche se il rugby è senza dubbio rude, è uno sport davvero bello. Ancora oggi, guardando indietro, mi rendo conto che l’errore di mio fratello è stato quello di cercare il successo immediato in uno sport che, per sua natura, richiede tempo, pazienza e, soprattutto, umiltà. Nel rugby non esiste il “solista” che vince da solo, esiste il sostegno. Se cadi, c’è un compagno pronto a proteggere la palla per te. Se devi avanzare, devi farlo insieme agli altri, perché il passaggio può andare solo all’indietro, obbligandoti a guardare chi ti sta accanto invece di correre e basta verso la meta.
Questa è forse la lezione più grande che il rugby lascia a chi lo pratica, anche solo per un anno: impari che la forza fisica non serve a nulla se non è guidata dalla disciplina. Impari che l’arbitro è un’autorità sacra e che la rabbia va trasformata in energia positiva per spingere in mischia, mai in violenza gratuita verso l’altro.
Spesso mi chiedo come sarebbe stato se Mattia avesse stretto i denti ancora un po’. Forse avrebbe capito che nel rugby non è importante essere il migliore fin da subito, ma essere quello che non molla mai, quello che si rialza dopo ogni placcaggio. Ma anche se lui ha smesso, quel sorriso che gli spunta sul viso quando ne parla mi fa capire che il rugby non lo ha abbandonato del tutto. Gli ha lasciato il ricordo di una comunità dove, una volta fischiata la fine della partita, non esistono più nemici, ma solo persone che condividono la stessa passione.
In fondo, la vita somiglia un po’ a una partita di rugby: prendi dei colpi, a volte cadi, ma sai che finché c’è qualcuno dietro di te pronto a darti sostegno, la meta è sempre possibile. E che, alla fine di ogni fatica, ci sarà sempre un “terzo tempo” ad aspettarti, dove le ferite si dimenticano e restano solo le risate e il rispetto. E onestamente, tutto questo discorso non mi sarebbe mai passato per la testa se non fosse stato per la prof Bogliardi. È stata lei a portarci il rugby a scuola e a farci scoprire che non era solo un mucchio di gente che si scontrava senza senso. Se oggi riesco a vedere oltre il fango e i placcaggi, è perché lei ci ha mostrato che questo sport è prima di tutto una questione di testa e di cuore.
La prof ci ha insegnato che il fair play non è una parola antica scritta sui libri, ma una cosa che vivi in campo: è rispettare l’arbitro anche quando non sei d’accordo, è non rispondere male a un avversario che ti ha appena buttato a terra, è capire che le regole servono a proteggere il gioco e chi lo pratica. In un mondo dove tutti urlano e cercano di farsi giustizia da soli, il rugby ti obbliga a stare zitto, respirare e giocare pulito.
Alla fine, “Un mondo di rugby” significa proprio questo: crescere sapendo che il rispetto viene prima del risultato. Grazie alla mia prof ho capito che la vera forza non è quella dei muscoli, ma quella di chi sa seguire le regole anche quando è stanco morto. Forse Mattia ha mollato fisicamente, ma quella lezione di umiltà e di sostegno è rimasta un po’ a tutti e due, e credo sia questo il regalo più grande che ci ha lasciato la scuola.
