di Nizar El Jattari
Il rugby è uno sport molto particolare. A differenza di altre discipline, dove un solo campione può avere la meglio per decidere una partita, nel rugby il gruppo conta più del singolo. La palla è ovale, quindi non è come il calcio, il basket o il tennis, dove il giocatore decide dove mandare la palla in base al suo movimento. In questo sport non puoi mai prevedere cosa succederà. L’unico modo per avanzare è passarsi la palla all’indietro, proteggendosi a vicenda. Viene definito uno sport da combattimento, ma di estrema nobiltàperché anche se ci sono scontri fisici e molte cadute l’obiettivo non è mai fare male all’avversario ma lottare con coraggio fino allo scadere del tempo per conquistare tutti i centimetri di campo e segnare insieme ai compagni.
Una delle cose più belle del rugby è la sua etica. Durante gli ottanta minuti di gioco ci si spinge duramente e continuamente fino allo sfinimento, ma il rispetto per i compagni e l’arbitro è totale: solo il capitano e l’allenatore della squadra può confrontarsi con l’arbitro, nessuno può protestare. Il vero climax magico di questo gioco avviene dopo la fine del match con il “terzo tempo”: dopo aver sudato ed essersi affrontate, le due squadre si ritirano a mangiare, brindare e scherzare insieme. Questo dimostra che lo scontro fisico finisce dopo il triplice fischio e che l’avversario è un compagno di gioco ma non un nemico.
Nel film Invictus di Clint Eastwood vediamo come il Presidente del Sudafrica Nelson Mandela abbia usato il rugby per una “missione impossibile”: unire il Paese spaccato da anni di apartheid in cui bianchi e neri vivevano divisi e non avevano gli stessi diritti. Mandela, nonostante abbia passato in carcere ventisette anni per aver difeso le sue idee di democrazia e uguaglianza, quando viene scarcerato ed eletto Presidente decide di non vendicarsi di chi l’aveva perseguitato ma di unire il Sudafrica partendo proprio dal rugby. Invitò la nazione a fare il tifo per gli Springboks, la squadra nazionale prima amata solo dai bianchi. Vincendo la Coppa del Mondo nel 1995 neri e bianchi esultarono insieme per la prima volta: il rugby aveva fatto da ponte permettendo alle persone che si odiavano di sentirsi parte della stessa nazione.
Io gioco a basket e so bene cosa significa fare gioco di squadra. Anche nella pallacanestro come nel rugby se non passi la palla o aiuti un compagno in difesa o in contropiede non si vince mai. Penso che lo sport possa davvero cambiare il mondo perché quando sei in campo non conta da dove vieni, il colore della tua pelle o i tuoi pensieri. A meno di evidenti favoritismi o raccomandazioni, hai la stessa possibilità degli altri di diventare un campione, contano solo l’impegno e il rispetto che porti verso gli altri. Lo sport ci insegna che i pensieri negativi e i pregiudizi sono solo nelle nostre teste. Io ad esempio quando attacco ho paura di sbagliare e di essere preso in giro, ma sbaglio, infatti quando gioco riesco sempre a finalizzare e segnare, ma a volte anche se sei il più forte in campo se sei chiuso dalla difesa avversaria devi essere leale e passare la palla e lasciare il compito di segnare a un tuo compagno. I valori dello sport applicati alla vita reale per me sono lealtà ma soprattutto coraggio.
